“Supereoeroi”#2: To The Bar.

 

(1)

 

Il momento in cui un Eroe fa la sua prima comparsa, caccia il cattivo ed è pronto a ricevere i complimenti della folla è questo, finalmente. Non è stato facile per me, ma ora eccomi qui! Lupin è sconfitto! Ho salvato tutti dalla rapina, ora è il mio momento di gloria!

 

-Sul serio? Una calzamaglia rossa e un arco?- dice il salvato, con tono sorpreso, fissando l’”eroe”.

Allora: io non voglio sentenziare, ma io sono cresciuto leggendo fumetti e come funzionano certe cose dovrei saperlo:  un tizio che entra in un negozio e sventa una rapina e lo fa con un arco e delle frecce che curvano dovrebbe venire acclamato come un eroe, non si dovrebbe sentenziare sulla sua calzamaglia –che, per la cronaca, è solo una maglietta aderente rossa, con un paio di jeans e un passamontagna, non c’è nulla che assomigli a una calzamaglia qui, ma evidentemente c’è qualcosa che non capisco sul bisogno di protagonismo della persona che sto salvando-.

 

-Non è una calzamaglia!
-Cosa sei, una specie di supereroe? Tipo quell’altro? Almeno lui non ha calzamaglie!

 

Un sorriso, probabilmente coperto dall’esterno dal passamontagna, e poi esco, veloce e imbarazzato.
Ma vi sembra possibile? Ma sapete quanto ci ho messo a preparare questo costume? Ma sapete che paura avevo prima di entrare? E se quello aveva una pistola vera? E se quello mi faceva del male? E la ricompensa è questa?
Devo andarmene via messo in imbarazzo dalle persone che ho salvato?

 

La situazione: un signore sulla 50ina senza figli senza moglie e comunque spaventato a morte dalla morte era paralizzato mentre Lupin gli puntava una pistola finta e gli chiedeva l’intero incasso dell’ultima lotteria di paese, che aveva venduto più di cinquemila biglietti e il cui intero ricavato sarebbe andato interamente in beneficenza.
Lupin voleva proprio quei soldi perché era disperato, era disperato e nessuno lo aiutava, e questo lo portava a pensare di avere il diritto di rubare quei soldi.
Lupin era disperato perché appena stato lasciato da Fujiko.
Le persone stupide ragionano così quando hanno un problema, vorrebbero vedere tutto il mondo inchinarsi ai propri capricci.

Oggi, per fortuna, un ragazzo di poco più di 20 anni con la straordinaria capacità di far curvare le frecce del suo arco aveva zittito le lagne e i capricci dello stupido di turno, e aveva ricevuto in cambio sguardi seccati e imbarazzati.

E a quel giovane sarebbe piaciuto avere a che fare con un cattivo, ma la malvagità richiede un grado di consapevolezza che Lupin non possedeva, era solo stupido e bisognoso di attenzioni, e ne avrebbe ricevute a sufficienza dai manganelli della polizia una volta incarcerato. Così va il mondo. O meglio, così va il pianeta dove sono ambientate le nostre vicende.

 

***

E quella sera cinque ragazzi poco più che ventenni ne stavano parlando seduti al solito tavolo, al solito bar.

-Quindi questo pazzo entra in tabaccheria, punta l’arco al cielo e inspiegabilmente la freccia finisce a impattare la pistola di Lupin, lasciandolo disarmato!- dice Mirco con gli occhi lucidi, gesticolando trasportato dalla sua stessa storia.

-Sul serio? Un arco e una calzamaglia rossa? Nel 2015?- disse Kim, con fare disinteressato e sarcastico

-Cosa c’è di così sbagliato nella calzamaglia rossa!? Costui è un eroe!- sospettosamente toccato nel vivo, Mirco.

-Mi sembra solo stupido, che bisogno c’era della calzamaglia?- dice ancora lei, continuando a guardare altrove, mantenendo il tono assente.
-Concordo con Kim- fece Riccardo –e preferisco dirigere lo sguardo dove sta guardando Kim piuttosto che ascoltare stupide storie di supereroi!

Entrambi poi, non si fecero a fissare un ragazzo qualche tavolo più in là, Henry, sognando di far scivolare le proprie dita dalle sue labbra pian piano fino alla zona subombelicale, facendo un paio di soste sui suoi pettorali prima, e sui suoi addominali poi.

 

-Poi, sinceramente, chi ha bisogno di altri eroi quando c’è già… “Il Supereroe”?- disse Elisa enfatizzando facendo le virgolette con le mani, quasi a voler manifestare il suo disinteresse totale per Henry

 

-Beh, in realtà il supereroe non era nei paraggi, quindi magari se non ci fosse stato lui, Lupin avrebbe…- provò a continuare Mirco

-Sì, magari Lupin sarebbe stato preso dalla polizia e quel tizio si sarebbe evitato una bella figuraccia, dai Mirco, non ti crucciare, il tizio è indifendibile-

Jhonny , il quinto ragazzo seduto al tavolo, non parlava; sembrava concentrato a farsi un’opinione in merito ascoltando attentamente quello che gli altri avevano da dire.
Non poteva certamente rivelare a tutti gli altri che “Freccia” era lui. Non poteva parlare loro del “Campo Magico” e non poteva neanche spiegare che se faceva tutte quelle cose sotto un’altra identità celata aveva un motivo ben preciso –una missione, quasi-. Non poteva spiegare che i poteri che gli erano stati conferiti gli permettevano di vedere un po’ al di là di quello che i normali umani vedevano, non poteva spiegare che quasi non vedeva più quello che c’era a un palmo dal suo naso, troppo attento a scrutare l’orizzonte e temere quello che chiaramente sta avanzando minacciosa nella loro direzione, la peggiore tempesta  di sempre.

 

“Super e\o Eroi”#1: Il Supereroe.

Potrei presentarmi come un supereroe se questa parola avesse mai avuto un senso per me. Essere perso nel tutto cosmico e tentare di contrastare il senso di impotenza è sempre stato troppo per me. Un eroe, se dovessi parlare e definire questa parola, sarebbe qualcuno che ha precisa coscienza di sé e che combatte con un preciso motivo.
Io ho salvato vite, ho cambiato persone, ho creato idee; ma l’ho fatto per ammazzare il tempo.
Capisco cosa per i miei simili è considerato “bene” e cosa è considerato “male” , scelgo il bene e lo faccio per convenienza. Se avessi il coraggio di scegliere il male, probabilmente la mia vita sarebbe più complicata. Se sei “super” diventare quello che gli altri chiamano “eroe” è fin troppo facile, ci si guadagna troppo con troppo poco sforzo. La consapevolezza di non essere un eroe giace in me ferma e immobile. La consapevolezza che non ci sia nulla a questo mondo che possa mettermi alla prova preme forte sul mio nervo della noia.
Essere eroe  essendo “super” è facile. I veri eroi sono quelli che sono eroi senza avere il dono che ho io. Quelli che non sono mai stati non hanno mai ricevuto un dono del genere e comunque non rinunciano a lottare e a rischiare la vita per gli altri.

Io da quando ho ricevuto questo dono non ho mai rischiato la vita per gli altri, anche perché, tra le altre cose, sono immortale; “tra le altre cose” perché poi posso anche fare quasi qualsiasi cosa. Ed è così da almeno cinque anni. Mi piace salvare la gente, però non mi emoziona, la mia vita non è cambiata da quando posso fare tutto questo.

E anche stanotte cammino per questa strada deserta, in cerca come sempre di un senso. Non una persona, o uno scopo, un senso, un perché. Se tutti muoiono, perché li salvo? Perché mi piace sentirmi apprezzato. Se il piacere finisce, perché cerco il piacere? Perché siamo tutti imbarazzanti, vuoti e inutili. E riempiamo i nostri vuoti di piaceri fisici. In mancanza di un senso, mentre cammino di notte, mi accontento di un passatempo che possa farmi sopravvivere alla noia.

«Ma tu sei il Supereroe?» voce squillante, entusiasta, faccia dolce, 18 anni al massimo. Una bellissima ragazza. Ci sono due secondi  in cui il nulla ti pervade anche in queste situazioni. Ti chiedi che utilità abbia quello che stai per fare.
Ti rendi conto che non ne ha nessuna, e rischi di cedere e lasciare andare. Poi, un’altra domanda “Quale cosa ha un’utilità reale?”, te la propone la tua testa, questa domanda, tu non fai niente, comincia solo a girare per la tua testa. “nessuna” rispondi a te stesso.  E dopo questo breve scambio di battute interiore, il copione è sempre lo stesso. «Si, io sono il supereroe».

***

Qualche minuto dopo le due nudità si scontrano sotto un lenzuolo bianco, lei si vergogna, è la sua prima volta. Lui è gentile, ma le fa capire che è un’occasione irrinunciabile, che non le capiterà mia più una fortuna simile. Si sente un animale, si riconosce nell’animale che è, ma non gli importa. Raggiunge l’orgasmo, che è qualcosa, ma questa sera, con questo vuoto dentro  è troppo grande. Lei prende paura, le richieste di lui la spaventano, però si fida, si fida sempre di più, anche quando fa male, anche quando piange, lei si fida di lui perché lui ha salvato un sacco di gente e quindi è buono. Perché lei non sa che il bene e il male non esistono, esiste soltanto la noia.

E poi le domande che si alternano nella testa dell’eroe che cerca la verità nell’estremo e nella sottomissione, più per mancanza di alternative che per reale valore. E trova la sua risposta affondando a morte i canini nel collo di quella ragazza. E mentre la ragazza muore, lui è finalmente triste.

Mentre lui è triste, piange. Mentre piange, è vivo, nella sofferenza è vivo, molto più vivo di quanto non sia mai stato nella gioia. Salvare la vita a qualcuno porta comunque alla morte inevitabilmente, dopo qualche tempo. Uccidere impunemente qualcuno distrugge un mondo che non verrà mai più ricostruito. Il mondo che inizia e finisce con la persona uccisa.

Il supereroe è vivo, fa sparire il cadavere ed è vivo. Non si fa scoprire, torna alla sua vita e torna a morire, fino alla prossima notte.

“Per ogni salvato di giorno, ci sarà un morto nella notte. Regalerò vita a qualcuno e la toglierò a qualcun altro. Salverò vite altrui per salvare la mia stessa vita”

Intanto la città acclamava a gran voce le gesta del “Supereroe”.
Questo ragazzo di poco più che venti anni che da qualche anno portava “la luce della speranza nel disastro urbano”, ponendosi come “ultimo baluardo fra lo spadroneggiare della criminalità da strada”.

Siamo in un futuro molto lontano temporalmente eppure così vicino, in un’epoca in cui gli estremi si scontrano per il cambiamento o per la distruzione definitiva.
Sono gli ultimi minuti di questa umanità, e il più forte e glorioso rappresentante della stessa ha appena ucciso una ragazzina per la noia.

(awesome wednesday #1) Haruka Nakamura

Haruka Nakamura: chi è costui?

a saperlo starei un po’ meglio, stanotte, invece non si trovano molte informazioni sul web, e quelle che si trovano sono tutte in giapponese. Nel suo Myspace (http://www.myspace.com/harukanakamura) c’è un pezzo, “orion”, che è fantastico. Proverò nei meandri del web a procurarmi i suoi dischi (che azzarderei essere 3).

Non potendo fare altro, raccoglierò qui un po’ di commenti sparsi da youtube, per darvi un’idea di cosa state per ascoltare:

“this music somehow makes me feel less alone” ComandoFigando, 4 mesi fa, commento a “Arne”

“what type of genre is this?”Cyhor 1 anno fa
“Sex– that’s the genre ;D”JessieBunnie69 in risposta a Cyhor 1 anno fa, commenti a “Arne”

“This song, man ! So personal, and deep…emotional…and lonely ! Wow, to make song like this u may have the perfect heart or something…magic !”poltaotata 1 anno fa , commento a “Arne”

“I can proudly say i cried..”faddedsunlightx 2 anni fa , commento a “Arne”

dopo 3 ringraziamenti al video di faraway(cos’altro si può fare, se non ringraziare?), arriva questo commento:
“Breathtaking in it’s beauty…”lotreamon01 7 mesi fa

“This is song sounds so surreal…”oyeboy94 4 mesi fa

Quindi ecco, più o meno così, se qualcuno avesse informazioni su costui gradirei molto che le condividesse. Sono veramente interessato a conoscere l’autore di questa fonte di brividi.

Buon mercoledì.

facciamo un po’ che mettiamo un po’ in chiaro

Il racconto di oggi, è il primo di una breve serie di racconti che si chiamerà “sull’abbandono”.
Giovedì esce l’altra cosa, anche quella sarà più tosto gnegnemalinconico, ma solo il primo episodio, poi supereroi diventa sempre vagamente blunotturnesco, ma spesso i toni sono più leggeri.

La roba che esce giovedì era già uscita qui, da giovedì prossimo ci sarà roba nuova.

Domani parlo di un tizio asiatico che fa musica.

Sabato scrivo un po’ di cose su di me e altre cose.

Venerdì dovrei uscirmene con estratti di un paio di libri che sto leggendo, ma non lo so, magari inizio venerdì prossimo.

 

Fate i bravi e stanotte dormite bene.

bN.

Racconto breve: Più cambi, meno senti.

Di cosa c’è bisogno per sentire la mancanza di qualcuno?
Le conseguenze le conosciamo tutti. Quel nodo fra la gola e lo stomaco, quei pensieri ricorrenti che vanno a lei, quei dubbi, quelle perplessità, quel “perché non siamo insieme adesso?”.
Ma di cosa c’è bisogno perché questo accada, quando si smette di conoscere qualcuno e si comincia a sentirne la mancanza?
Ѐ il primo bacio, il primo abbraccio, il primo “ti voglio bene”? A ogni verginità fisica o emotiva persa, forse si inizia un po’ a ricordare e si smette un po’ di vivere.
Forse è più uno scambio di sguardi, uno scambio di affetto silenzioso che avviene in un determinato momento che può essere prima o dopo un primo bacio, un primo abbraccio, eccetera. Ogni volta che si genera qualcosa di irripetibile, noi cambiamo, e non possiamo che sentire la mancanza di quello che è preceduto perché impossibile da rivivere.

Sento l’assenza di Caroline da troppo tempo e non so se sia da uno sguardo, da un abbraccio o da cosa.
Un’assenza che non viene mai colmata, tanto meno da queste persone che mi illudo me la possano far dimenticare, girandomi di lato nel letto vedo Veronica, povera Veronica, che sfortuna incontrarmi, che sfortuna innamorarsi di me.
Dorme ancora, le accarezzo i capelli, magari per l’ultima volta, quando si sveglierà dovrò dirle che ieri notte è stata tutta una bugia, che me ne rendo conto ora, e poi dovrò dirle –scusa, mi dispiace-. Anche se non è vero. Perché da quando conosco Coraline, dò la colpa agli altri per essere così insignificanti, inutili, vuoti, li odio perché non riescono ad avere i suoi occhi, i suoi silenzi, i suoi odori. Mi dispiace, Veronica, perché mentirò anche quando ti sveglierai, ti dirò che mi dispiace e non sarà vero.

Mi alzo dal mio letto, delicatamente, e mi dirigo verso la cucina per prepararmi un caffè, sembra che fuori piova malgrado il cielo sia sereno, un fenomeno strano che accade di tanto in tanto. Guardo il cielo, da dove scende questa pioggia? Saranno le lacrime che non piango più che trovano un’altra via per sfogarsi. Mi esce così, questo pensiero, che mi viene da ridere per quanto pateticamente cheesy sto diventando. Ma infondo a vivere di ricordi e malinconia altro non si può fare.

Apro lo scaffale “caffè”, come recita il post it attaccato.
Una denominazione sommaria, dentro ci sono tè, tisane, caffè di tre tipi, cioccolate e infusi. Metto l’arabica, che è dolce, così non devo zuccherarlo, guardo le tre moka, prendo quella da porzione singola inconsciamente, a dimostrare che nella mia testa Veronica è già passato.

Il caffè sale, la moka fa quel rumore che sembra un piccione con voce profonda, il caffè è pronto, Veronica entra in cucina, con aria felice e saltellando.
Però, quanta voglia di vivere questa mattina” penso “sembra quasi innamorata”.
-Beh! Per me niente caffè?- dice lei, e poi ride, -ahahahah

-Se ti va te lo prepari poi- dico io, serio.
-Ho delle cose da fare, quando te ne vai chiudi il cancello.

Lei sta in silenzio per qualche secondo, poi si sforza di nascondere qualcosa nei suoi occhi e nel suo sguardo e dice –ok
Lei prende le sue cose e esce, senza nemmeno aspettare il caffè. Io aspetto dieci minuti, esco a mia volta, passo dal fioraio, prendo tre rose bianche.
Scusami”, dico io a Veronica, mentendo anche nei pensieri.

La strada è sempre carina da fare a piedi, passo per il mio bar preferito, prendo una brioche al cioccolato, il barista mi sorride triste –Anche oggi, eh?- Fa lui, indicando le rose, io lo guardo, accenno un sorriso e butto lì un –per sempre.
Lui prende due bicchierini, li mette sul bancone, li colma fino all’orlo di Vodka e fa –Offre la casa.
Leva il bicchiere alla sua destra al cielo, io faccio lo stesso con quello alla sinistra.

-A Coraline!- fa lui.
Amen, gli faccio eco io. E poi giù.
Caffè-Vodka liscia-Brioche al cioccolato. Colazione standard.

Esco, lo saluto, e mi incammino di nuovo verso il cimitero, dando una distratta occhiata alle vetrine delle librerie e dei negozi di dischi. Niente di interessante, niente è interessante.
Niente fino ai cancelli del cimitero, sorrido, faccio venti passi diritto, dieci verso destra e poi dieci verso sinistra, di nuovo diritto. Volto la testa a sinistra ed eccola lì, sorridente come sempre in quella foto “Grazie di tutto”, recita la lapide. Lei era così. Ringraziava anche quando avrebbe dovuto essere ringraziata.

Mi bacio l’indice e il medio della mano sinistra, e lo appoggio sulla sua fronte, sopra i metri di terra, appoggio le rose sul suo petto con la destra, sopra ai metri di terra, le sorrido, con la barriera dei metri di terra, la saluto, me ne vado, per altre 24 ore. Altre 24 ore lontano da te, un’altra giornata di sofferenza.

Non lo so quando ho iniziato a sentire la tua mancanza, è stato sicuramente molto prima che tu morissi. Ma sentire la mancanza di qualcuno che hai tra le braccia è un sentimento che si sposa bene con tanti altri, come il dubbio, la speranza, la voglia di crescere, il piacere di ricordare insieme ogni piccolo passo.
La morte è un’altra cosa, la morte: adesso ci sono solo io.
E se tu fossi qui sarebbe più la speranza per quello che sarà che non la malinconia per quello che è stato, e sarebbe la prima volta dopo tutto questo tempo.