Pandora, Episodio II

Scritto dall’Uncanny Artist VI, Xenia.

 

“Mi chiamo Rebecca Zimmer e questa è la mia confessione.

Era il 20 febbraio di quest’anno, l’anno 33, un pomeriggio freddo, ricordo il vento gelido sulla mia pelle, il display del grattacielo CopOrp segnava una temperatura di due gradi centigradi, mi sembra di poter ancora sentire il calore della sciarpa e dei guanti mentre mi aggiravo per le vie della città sulla mia bici.

Stavo tornando a casa dopo una riunione del consiglio di facoltà, ero assorta nei miei pensieri come spesso mi accade, forse è stato per quello, forse è stato per il sottile strato di ghiaccio sull’asfalto, in ogni caso scivolai e caddi.

Non mi feci del male, ma la mia cartella si aprì e molti appunti si sparpagliarono per la strada.

Mi rialzai, appoggiai la bici ad un muro e mi misi a rincorrere i fogli che venivano spostati dal vento, quasi si stesse prendendo gioco di me.

Un’ unica pagina sembrava intenzionata a volermi scappare, mi aveva portato in un vicolo cieco adibito alla raccolta della spazzatura, finalmente il pezzo di carta si fermò e fu quando mi chinai per raccoglierlo che la vidi.

Una mano piccola e bianca spuntava da sotto una serie di sacchi di plastica che contenevano centinaia di lattine di CorpCola, mi avvicinai e incominciai a spostare i cumuli di spazzatura come se stessi seguendo un riflesso incondizionato.

Lo spettacolo che mi si presentò davanti era a dir poco agghiacciante: sotto quella pila di lattine c’era una ragazza, completamente nuda.

Le labbra blu, probabilmente stava entrando, se già non vi era entrata, in uno stato di ipotermia, il cielo solo sa da quanto fosse la sotto. Il cranio completamente rasato attraversato da una serie di cicatrici biancastre, le braccia con enormi ematomi sulle vene, come se fosse stata attaccata a dei macchinari, lividi su tutto il petto, inoltre aveva un grosso squarcio sulla gamba sinistra da cui perdeva sangue.

Le sentì il polso, era debole ma batteva ancora.

Feci per chiedere aiuto a dei passanti, chiamare un agente o un’ ambulanza, quando suonò la sirena di allarme e in tutti i display della città apparve il seguente messaggio: ATTENZIONE, CODICE 24B, LIVELLO DI ALLARME ARANCIONE, EVASIONE DI SOGGETTO OSTILE, CHIUNQUE NE ABBIA NOTIZIE E’ OBBLIGATO A INFORMARE LA POLCORPOP seguito da foto segnaletiche della ragazza alla quale avevo appena misurato il debole battito.

Il messaggio continuò per qualche minuto ad andare in loop su tutti gli schermi, fino a quando ritornarono le normali trasmissioni e venne passato solamente in sovraimpressione.

Avrei fatto meglio ad allontanarmi forse, a scappare, a informare la PolCorpOp, anche se sarebbe stata una vigliaccata.

La ragazza sembrava molto giovane, al massimo poteva avere diciotto, diciannove anni, non ero in grado di dirlo con esattezza dato che era ridotta piuttosto male. Cosa poteva aver fatto di così terribile quel corpo emaciato?

Forse la sua unica colpa era essere arrivata in questo paese senza i documenti adatti e quindi l’avevano messa in un centro di confino, forse era diventata inabile e avevano deciso di sopprimerla.

Inabile, il solo sentire questa parola mi fa rabbrividire, possibile che siamo arrivati a tanto?

La guardai un’ ultima volta e pensai che non l’avrei lasciata morire.

Non avrei permesso che la portassero in un centro di confino dove chissà cos’ altro le avrebbero potuto fare ancora, aveva sopportato abbastanza.

Mi tolsi il cappotto e la ricoprì per bene, cercai di farle prendere conoscenza ma non si svegliava, era svenuta.

Ogni tanto usavo delle maschere morfo facciali per sfuggire alle telecamere di sicurezza che erano disseminate per la città, fortunatamente il vicolo sembrava essere una zona non coperta, altrimenti l’avrebbero trovata subito.

Le feci indossare la maschera, i lineamenti del suo viso mutarono fino a renderlo impossibile da identificare alle telecamere, per precauzione ne indossai una anch’io.

Decisi di abbandonare la bici e di chiamare un taxi, il tassista era un ometto basso e tarchiato, dall’aria scorbutica e scontrosa.

Appena si accorse che la giovane era priva di sensi sbottò immediatamente “Che ha la tua amica? Guarda che io non voglio mica guai qua dentro”.

“Non è niente, si è solamente sentita poco bene e adesso la riporto a casa”.

Portarla in ospedale era fuori discussione, l’avrebbero schedata e mandata al confino all’ istante, l’unica soluzione era sperare che si riprendesse nel mio appartamento.

“No no no” fece il tassista scuotendo il dito indice “secondo me è un’inabile, non so perché lei stia cercando di aiutare questa morta vivente signorina, ma io non voglio averci proprio niente a che fare. Se quelli della PolCorp lo scoprono mi tolgono immediatamente la licenza, e poi chi porta da mangiare stasera ai miei figli, lei?”

Stava per chiamare la centrale quando io alzai in mano un rotolo di banconote da 1000 in modo che le potesse vedere dallo specchietto retrovisore, immediatamente si bloccò.

“Forse questi le faranno cambiare idea”.

L’ometto si girò piano, prese i soldi e iniziò a contarli avidamente “1500 e non se ne parla più” disse sottovoce.

“1500 e lei fa in modo che questa corsa non venga registrata”.

“Va bene, ma se la sua amica sporca o rovina il mio taxi in qualche modo non solo paga i danni ma la denuncio anche, intesi?”

Allungai un’altra banconota e dissi: “Le consiglio di muoversi se non vuole finire nei guai”.

“Lei è una berlinese vero? Si vede da come è abituata a dare ordini a destra e manca, tutti uguali voi berlinesi” sentenziò il tassista facendo partire il motore.

“Ma si ricordi che tutti questi bei palazzi e queste strade le abbiamo costruite noi immigrati dall’anno 16 in poi con il sudore della nostra fronte, e voi vi credete i padroni di tutto, appena metto via un po’ di soldi io me ne vado da questa fogna di città, me ne vado!” borbottò per poi sputare fuori dal finestrino.

L’omino si lamentava tanto ma alla fine aveva accettato la tangente, tutti lo fanno.

Sulla carta sono ligi alle regole della CorpOp perché ne hanno paura, ma quando si tratta del dio denaro ogni tipo di norma svanisce magicamente, se hai grandi mezzi economici sei il padrone della città e tutto ti è concesso.

Questa maledetta città, enorme ragnatela di cemento e catrame senz’anima, guardavo i suoi palazzi scivolare via dal finestrino mentre continuavo a misurare il battito del polso alla ragazza, debole ma c’era ancora.

Arrivati al mio appartamento il tassista ci fece scendere immediatamente, “lei non mi ha mai visto” intimò, poi sfrecciò via con il suo mezzo, sparendo per sempre dalla mia vista.

La portai dentro casa mia, pesava poco, era pelle e ossa d’altronde, la misi a letto e iniziai a coprirla il più possibile.

Non sembrava riprendere conoscenza, decisi nel frattempo di pulire la ferita sulla gamba e di mettere dei piccoli punti, avevo imparato come fare grazie a delle lezioni di pronto soccorso durante un campo scavi nel settore C-27.

Feci il possibile e un poco alla volta notai le labbra che riprendevano debolmente colore, il petto che si abbassava e alzava in un respiro regolare.

“Non morirai” pensavo “non oggi almeno”.

Sapevo di essermi cacciata in un grossissimo guaio. Mi avrebbero scoperto facilmente, ma non potevo chiudere gli occhi e fare finta di niente come al solito. Dovevo agire, era come se una forza misteriosa mi guidasse e mi desse la forza che mi era sempre mancata.

Avevo già alcuni contatti con i ribelli, ma erano contatti superficiali e per lo più inerenti ai miei studi, non alle loro cause.

Questa volta era diverso, sentivo di non poter fare altrimenti.

Presi una sedia e l’avvicinai al letto, continuavo a fissare la testa rasata, una trama di cicatrici infinita, come se qualcuno si fosse divertito ad aprirla a sezioni.

Mi chiedevo chi fosse, a quali operazioni l’avessero sottoposta, poteva avere dei seri problemi di salute, avrebbe potuto essere infettiva o peggio, ma qualcosa mi diceva che sarebbe andato tutto bene, che avrei avuto delle risposte presto, dovevo solamente aspettare.

Mi addormentai e feci un sogno strano.

Non sapevo dove mi trovassi, sapevo solo che non ero io.

Mi sembrava di essere in una città, un villaggio semi rurale, in un piccolo mercato agro alimentare.

Nel sogno sto guardando un cesto di mele, sono perfette, rosse, lucide e rotonde, viene voglia di prenderle e morderle.

All’ improvviso un rombo assordante, la terra inizia a tremare, perdo l’equilibrio e cado.

Mi rendo conto di non riuscire più a vedere nulla, i miei occhi sono aperti ma è come se non lo fossero, vedo solo nero, sono terrorizzata.

Un sibilo fastidiosissimo mi penetra nei timpani, cerco di tappare le orecchie con le dita, ma è inutile, il rumore è troppo forte.

Non saprei dire quanto tempo passa, ma lentamente ritorna la vista, anche se gli occhi bruciano da impazzire e il sibilo rimane sempre di fondo ma scema d’intensità.

Sono ancora a terra, guardo in alto e il cielo è diventato una palla di fuoco incandescente, è uno spettacolo tremendo, sembra la fine del mondo.

La gente è in preda al panico più totale, le persone urlano, cadono a terra, si calpestano a vicenda, io guardo i volti contratti dalla paura, sembrano tutti dei giganti e mi sento così piccola al loro confronto.

Cerco di non farmi schiacciare dalla folla, alcuni mi calpestano, mi fanno male, inizio a piangere e a gridare.

Le suole delle scarpe mi schiacciano il costato, sento il sapore del sangue nella bocca.

Cerco di divincolarmi e riesco a rotolare sul selciato, finisco sotto ad una bancarella e mi sembra di essere al sicuro, anche se il banco continua ad essere urtato e traballa in modo instabile.

Mi porto alla faccia una mano ed è piena di sangue, singhiozzo per il dolore e la paura, mi raggomitolo e svengo.

Quando riprendo conoscenza sento solamente silenzio, un silenzio innaturale, insolito, strano.

Provo dolore in tutto il corpo, ma mi faccio coraggio e sollevo un lembo della tenda.

Non c’è ombra di vita, molti banchi rovesciati, frutti appassiti a terra intervallati da corpi umani, mentre il cielo è diventato verdastro e l’aria rovente.

Faccio per rientrare all’interno quando una mano bardata da un guanto mi blocca.

E’ un militare in divisa antiradiazione bardato di tutto punto, con la maschera antigas sembra un mostro e io tento di sfuggirgli, ma lui mi solleva e inizia a parlarmi dolcemente in una lingua che non conosco, immediatamente mi sento più tranquilla.

All’improvviso mi svegliai di soprassalto e mi accorsi che anche la ragazza era sveglia.

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Codice personale.

 

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1.”Anarchico Individualista L’individualismo è una posizione morale, una filosofia politica, un’ideologia, o prospettiva sociale, che sottolinea “il valore morale dell’individuo”. Gli individualisti promuovono l’esercizio del raggiungimento di alcuni obiettivi quali l’indipendenza e l’autonomia ma al tempo stesso oppongono la più strenua resistenza verso ogni interferenza esterna sugli interessi personali, sia per la società, o per qualsiasi altro gruppo o istituzione.”2.”Le concezioni religiose si esprimono in simboli, in miti, in forme rituali e rappresentazioni artistiche che formano sistemi generali di orientamento del pensiero e di spiegazione del mondo, di valori ideali e di modelli di riferimento(…)Non è dunque possibile stabilire un criterio assoluto per distinguere i sistemi religiosi da quelli non religiosi nel vasto repertorio delle culture umane”

 

 

Tutto ciò che precede e segue, qui: http://pieffescriveefacose.wordpress.com/

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navigando verso altri porti.

Cosa succede quando un ragazzo, preso dalla voglia di creare, un tiepido 7 Febbraio invia a un ristrettissimo gruppo di amici le prime basi per un progetto tanto ambizioso quanto difficile?

Succede che nasce l’Uncanny Collective, un collettivo di persone che lavora ormai da un anno a un progetto  di cui presto vi renderemo partecipi.
Non vogliamo vendere nulla, vogliamo rendervi partecipi dei frutti del nostro estro creativo e intrattenervi, creare un progetto che possa divertirvi e nel frattempo una comunità di persone accomunate dalla necessità di creare. E vogliamo anche regalarvi un sacco di roba. Così, come incentivo! A partire dalle prossime settimane partiranno give away a partecipazione assolutamente gratuita, contemporaneamente al lancio del nostro primo progetto:”Uncanny Earth“.

Ma di che tipo di cose si parla? A chi è destinato questo progetto?
Diciamo che l’Uncanny Earth è un progetto per tutti e per nessuno. Ma se siete simpatizzanti o membri onorari della categoria Nerd, in tutte le sue forme, è probabile che vi troviate più che affini con questo progetto.

Nel prossimo post, oltre ad addentrarmi ulteriormente nelle dinamiche di condivisione del progetto, comincerò a rendere noti i premi dei giveaway.

E tutto questo verrà reso noto a questo indirizzo: http://uncannycollective.wordpress.com/

Cheers.

Uncanny#1.

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Jeffiner.

5. Un po’ di citazioni
“I nostri complessi non sono soltanto delle dolorose ferite e delle bocche che parlano dei nostri miti, ma anche degli occhi che vedono ciò che le parti del corpo normali e sane non possono percepire…
Noi cadiamo a pezzi ed è un processo immaginario, come il crollo delle città e la caduta degli eroi nei racconti mitici, come lo smembramento dell’abbandono dionisiaco che libera dalle costrizioni troppo rigide, come la dissoluzione e la scomposizione dell’alchimia…
Le afflizioni mirano agli Dèi, gli Dèi ci raggiungono tramite le afflizioni” James Hillman
“Spesso simili esperienze["perversioni"] sono così lontane che dal nostro lato cosciente finiamo col chiederci: questo sono io? Gli uomini non osano immaginare o personificare la loro sorgente, perché quando invitiamo il vuoto insondabile a prendere forma, invochiamo uno spirito il cui potere è antico. [...] Carlos Castaneda lo evoca nella forma più sinistra in Tales of Power; lo imbeve di mitologia azteca chiamandolo il Nagual, lo sconoscuito. É lui che soffia il vento del cambiamento inaspettato, gravido di terrore, sull’isola tranquilla del Tonal, l’io.”
“Se la morte si fa beffe della vita, la vita fa altrettanto nei confronti della morte, ridendo e scherzando davanti allo spettacolo terribile dello smembramento fisico, dell’ingiustizia universale, della bruttezza umana e della mostruosità” Stephen Larsen, “L’immaginazione mitica”.

“Ade e Dioniso sono la stessa cosa” Eraclito, fr. 15

6.Un sogno che ho fatto:
Sono a Londra, in un appartamento di condominio, non al piano terra.

Sono con J. e delle persone che non sono i genitori di J, ma nel sogno lo sono.
Sono seduto a terra, su un tappeto, come un cane. J è seduta sul divano, nello stesso divano del padre, il divano è bianco. La madre è in cucina. L’ambiente è un locale unico con cucina e soggiorno, c’è un bagno nell’angolo più distante, alla mia destra. In quello più vicino una porta d’uscita. Dall’altra parte della stanza, delle finestre che danno sulla strada.
La madre e il padre di J. Due persone belle, smilze, attraenti, parlando della similitudine di quella situazione con quella della prima volta che lui ha incontrato i genitori di lei, lei gli fa notare che invece la situazione è diversa, non fa in tempo a spiegare e mi sveglio.

7.Chi è J.?
Ci sono storie che vale la pena accennare, perché capita di avere occasione di passare un’estate con la persona che si amava da bambini.

Nell’agosto del 2001, azzarderei, i miei genitori mi accompagnarono a trovare Staryu, che è un’amica di infanzia con cui ne ho passate un po’ di ogni, e Staryu era a giocare nei tappeti elastici davanti al bar di proprietà dei suoi genitori.
Io ero con un amico, Stephen Stills.
Quel giorno raggiungiamo stella rotolando, e fingendo di sparare. 10 anni, avevamo 10 anni.
Urliamo anche qualcosa, mi intrometto in maniera molto sgradevole nella vita di J.
Entrati nella rete che circondava i tappeti elastici, posso immaginare un “Ciao Offep!”, detto da Staryu, e poi posso immaginare che ci abbia presentato J e Yelllow, “sono cugine!” dice.

Yellow è espansiva, carina e simpatica. J non parla molto. Anzi, J non parla.
Sorride probabilmente, di tanto in tanto, ma non posso esserne troppo sicuro, è buio. È sera.

J è estremamente timida, oltre ad essere estremamente bella ai miei occhi. Non sono sicuro di accorgermene già quella sera. Sono abbastanza sicuro di ricordare la sua sagoma però, 12 anni dopo.
Devo aspettare uno o forse un paio d’anni perché J si rivolga spontaneamente a me con una frase che non sia una risposta diretta a una domanda.
Eravamo in sala giochi, ero già innamoratissimo, innamorato nella maniera in cui amano i 13 enni, innamorato in maniera molto più vera di tutto ciò che per forza di cose segue.

Semplificando: perdo a un gioco, perdo a un gioco perdendo al suo livello preferito, che chiaramente avevo fatto per mostrare che mi piaceva il livello che piaceva anche a lei.
Lei mi guarda, non mi consola, dice l’unica cosa utile quando il concetto di utile nella mia vita era ancora così distante. Mi dice “Se ti impegnavi un po’ di più potevi farcela”.
Credo di averle risposto grazie, o di non averle risposto.

Una frase strana, forse detta con superficialità con cui si parla al ragazzino brutto e per forza di cose un po’ pesante, come immagino di essere stato all’epoca con lei, ma che ha avuto un peso specifico rilevante nella mia crescita futura: non era un “mi dispiace che tu abbia perso”, non era nemmeno un “la prossima volta riproviamo insieme”, era qualcosa di diverso, un invito al miglioramento: una cosa che le persone fanno pochissimo, pochissimo, figurarsi le persone timidissime.
Ci vedevamo esclusivamente d’estate, lei abitava distantissimo, e potrei dire che passavo i miei inverni ad aspettare i suoi messaggi e sono abbastanza sicuro direi una verità in buona parte. Non è comunque completamente vero. Le pensavo spesso, già a quelle età, ma c’erano partite da giocare, litigi da fare, compiti scolastici da non fare, il periodo della prima adolescenza è stato così emotivamente intenso e burrascoso che probabilmente mi sarei dimenticato di lei, se non l’avessi rivista ogni estate.

Il suo primo ragazzo, o per lo meno il primo che ho conosciuto, lo chiamo Goku, è più grande di noi, azzarderei che è il primo culo nudo che vedo in vita mia, siamo in spiaggia, di sera, lui si abbassa i pantaloni e ce lo mostra. Il fantastico senso dell’umorismo dei 16enni. Io non capisco, rido.
Anche J ride. Se avessi avuto l’intelligenza necessaria per formulare questo pensiero, avrei pensato “perché tanta grazie ride per tanta volgarità?”
Una sera io e J stiamo parlando, mi dice che non voleva che Goku la venisse a trovare, perché hanno due età diverse, perché non si può uscire insieme se una ha 13 anni l’altro 16 anni. Le età potrebbero essere sbagliate, il concetto è questo: sono troppo distanti, uscire con lui la annoia.
Si rimangia tutto, un paio di giorni dopo, ancora una volta, rimango stupito. Dopo essersi avvicinata alla volgarità, si avvicina anche all’incoerenza.

Senza freintendimenti, l’incoerenza è il motore unico della crescita, in qualche modo, ma è così un concetto così poco angelico, che mi sembrava difficilmente applicabile a J.

Sempre in quel periodo, prendo ad accompagnarla a casa quando le nostre serate si esauriscono, sono gli unici momenti che riesco a passare con lei. Sono abbastanza convinto avessimo più cose di cui parlare allora di quanto non ne abbiamo adesso, per quanto spesso ci fosse silenzio, in quelle brevissime passeggiate di pochi minuti.
Un giorno parliamo di essere sbadati, e di sigarette, lei non fuma, Goku sì.

Non ricordo per quale strano motivo preciso dico una battuta, stupida, sul fumare la sigaretta dalla parte sbagliata, lei ride.
Che io ricordi è la prima volta che ride a una mia battuta.
Potrei anche giurare che di tutte le cose, la sua risata è quella che è cambiata meno.
Un giorno, Goku si presenta con un succhiotto sul collo, il succhiotto non è di J, J lo accusa, lui dice che è una puntura di zanzara. J sa che gli sta mentendo, mentre discutono nella discoteca più triste di tutto il triveneto, eppure pochi minuti dopo si stanno scambiando anticorpi e batteri in buona quantità per via orale.

Questa invece è la prima volta che vedo J limonare con qualcuno, non il miglior spettacolo a cui potessi aspirare all’epoca.
Per descrivere gli anni successivi dovrei scendere in dettagli della sua vita sentimentale che un buon amico dovrebbe sapere e non rivelare. Per non parlare della quantità imbarazzante di verità trasversali di cui sono a conoscenza che non è veramente il caso di menzionare, sta di fatto che il mio io sfigatello estraniato dalla mentalità acerba e tendenzialmente illiberal-fascista, non è di certo pronto a rimanere innamorato di una ragazzina alla scoperta della sua sessulità e di tutte le altri morti dionisiache, per così chiamarle.

Infatti pare che a un certo punto della storia, io e Jessica diventiamo amici.
Non nel senso di conoscenti che talvolta escono insieme. Nel senso di passeggiate di ore e ore in cui lei mi parla di cose, io le parlo di cose, e camminiamo. Qualche volta comincia a dormire a casa mia. E’ tutto molto strano nella mia testa, intanto perché in qualche modo predetto da un sogno, poi perché mi scrive sempre nei momenti in cui sarei meno propenso a rispondere, quando sto per addormentarmi.

Ogni volta rispondo tranquillamente, sì, stavo per dormire, ma non importa, vediamoci.

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Una questione di grazia.


Dalle note de “
L’arte della Guerra” della Newton Comption Editori, quelle edizioni bellissimi a 99centesimi, apprendo che ci sono questi 5 modi di dire cinesi molto carini:

 

  1. Tianjing, “pozzo celeste“: indica un luogo circondato sui quattro lati da alte pareti.

  2. Tianlao, “prigione celeste“: indica un luogo isolato su tre lati, in cui è facile entrare e da cui è difficile uscire.

  3. Tianluo, “rete celeste“: indica un luogo con erbe fitte, in cui si possono celare delle punte acuminate infitte a terra

  4. Tianxi, “trappola celeste“: indica un terreno inzuppato d’acqua, in cui i carri non possono avanzare;

  5. Tianxian, “crepaccio celeste“: indica il punto di convergenza di due montagne, in cui la strada si restringe pericolosamente

 

La radice, “Tian”, dovrebbe significare “heaven”, cielo: uno dei più antichi termini e un concetto chiave per la mitologia cinese, per la filosofia cinese e per la religione cinese, quindi immagino che il celeste non sia un’identificazione cromatica quanto legata al cielo.

Pare anche, nella trazione cinese, Tian(cielo) e Di(terra), siano i confini entro cui sono compresi i tre reami della realtà, tra cui il reame occupato dagli umani, Ren.

In che modo tutto ciò è interessante? Non lo so, io lo trovo molto interessante per partito preso. Come quando si trova bella una ragazza senza particolare motivo, o si pensa che una particolare conoscente sia la ragazza più bella del mondo, senza avere un vero motivo per pensarlo.

Sono cose che mi succedono, eleggo le cose a cose interessanti, elevo le persone a individui celesti che hanno poco a spartire con il resto dell’umanità, e non lo faccio con delle precise motivazioni, lo faccio a istinto, a passione, seguendo un’ideale madre ch’è probabilmente l’amore assoluto per tutto ciò che è grazioso.

 

In che modo i termini sopraelencati sono graziosi?

Abbiamo sconfitto il nostro nemico, nascosti nella nostra fortezza, oppure abbiamo sconfitto il nostro avversario, grazie al nostro pozzo celeste.

 

Li abbiamo messi con le spalle al muro, oppure li abbiamo spinti verso una prigione celeste.

 

La grazia non conosce urla che non siano musica, la grazia non conosce linguaggio sgradevole che non sia asservito al discorso in maniera totale, la grazia non conosce errore che non sia fonte di miglioramento.

C’è questo aneddoto, su un grande uomo, Adriano Olivetti, che chiese a un suo dipendente quale fosse l’opposto del peccato.
La virtù, rispose lui.
Buona risposta, ma errata: la risposta giusta è la grazia.

 

Quando c’è grazia non c’è peccato, quando c’è rispetto c’è ordine, quando c’è passione c’è sudore.

 

Grazia, rispetto e passione.
Grazia, rispetto, passione.

Graziarispettopassione.

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Friendship.

“Amici: guardiamoci. Contiamoci. Siamo in pochi e sto parlando a quei pochi. Volevo dirvi: baciamoci in bocca. Come in Russia. Come allo zoo di Berlino. Da oggi in poi: bacimbocca. A ogni buongiorno e a ogni buonanotte e a ogni arrivederci, rapido come un timbro. Senza lingua. Diventeremo Quelli dei saluti più intensi. Niente benefici. Solo baci. Ci riconosceranno. Ci faremo riconoscere.” Simone Rossi, Croccantissima

Sarebbe importante, per un po’ di tempo, per una vita, imparare a portare le cose a un livello di coinvolgimento fisico-emotivo superiore. Sarebbe importante ricordarsi che a far crescere qualcosa, invece che lasciarlo immobile, è sempre gratificante. E non c’è niente di più bello di far crescere il rapporto che hai con una persona… Quindi l’amicizia! Che bel sentimento l’amicizia, dovrebbe essere la base di ogni cosa, invece tutto ciò che si basa sull’amicizia di questi tempi viene visto con perplessità: “Lavoro con un mio amico”, “convivo con un mio amico”, “sto frequentando una mia vecchia amica”. Tutte queste frasi, a sentirle, ci incuriosiscono, perché l’amico viene visto come un rifugio dai problemi della vita, e i problemi della vita sono, nella concezione media, l’amore la famiglia e il lavoro. Se imparassimo invece a invertire, a creare i nostri amori e il nostro ambiente lavorativo sulle spalle dei nostri amici, così come loro la costruirebbero la loro sulle nostre, potremmo per lo meno tenerci per mano mentre sosteniamo il peso del mondo.

Quindi venga sempre l’amicizia prima di tutto, sopratutto prima dell’amore, e ci si senta sempre in grado di fare un passo indietro, in accordo col nostro Zeitgeist, siano i nostri amanti le persone più importanti della nostra vita perché sono le persone che ci conoscono meglio, e facciamo virtù del fatto che ci conoscono così bene una volta finita la storia d’amore! Innamoriamoci dei nostri amici, per costruire l’amore su delle salde fondamenta, e diventiamo amici dei nostri amanti, in modo che ciò che è la grande luce della nostra vita, una volta spenta, possa diventare un’ombra confortante e non uno spettro spaventoso.

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Lag esistenziale.

3.

Sabato, ma questo post verrà pubblicato di lunedì. Lag esistenziale.

Una volta parlato di virtù e di musica, c’è forse poco altro di bello al mondo di cui parlare: parliamo di sincronicità, di magia, di buoni e di cattivi.

 

Da qualche giorno qualsiasi cosa io faccia sembra essere legata a Yung, chi è Yung? Ne so poco. Un allievo di Freud, che poi si è distaccato dai suoi studi sull’inconscio personale per dedicarsi all’inconscio collettivo, cioè quella serie di immagini e miti a cui siamo legati tutti indistintamente.

Ne parliamo perché a partire da una base comune, da cui chiunque prenda ispirazione per le proprie azioni, dovrebbe essere quasi possibile precedere i pensieri e le azioni di chi ci circonda.

 

Perché mai dovremmo fare questa cosa? Perché mai dovremmo essere interessati a conoscere qualcuno tanto da anticiparlo? Ci torniamo poi.

 

C’è questo contrasto, che sto notando a uno studio molto superficiale di Freud e Yung e degli studi che hanno ispirato, il primo sembra interessarsi a sapere le cause di una determinata cosa, di un determinato disturbo, il secondo sembra essere più interessato a sapere e anticipare i problemi o i fatti futuri. Come se il passato fosse deducibile basandosi sul singolo individuo, mentre per capire il futuro non si potesse che approcciarsi a una persona immersa nel suo habitat; ed è interessante sapere, o prendere per buono, il concetto che io possa conoscere qualcosa del mio futuro solo attraverso il mio rapporto con un ipotetico te, e che questo ipotetico te possa intuire qualcosa del suo futuro solo attraverso il suo rapporto con me.

 

Ritornando al perché anticipare qualcuno… “La verità è vera per definizione” mi ha detto il Giovane Werther(1) ieri(2): prendendo per vera questa frase e per assioma questa teoria per cui conoscendo un individuo posso conoscere il suo passato, conoscendo il suo habitat il suo futuro… applichiamoci in modo da sapere ogni cosa. Prevediamo le mosse degli altri perché è sempre un bene, siano questi nemici, alleati o conoscenti, anticipare le mosse non può che portare alla vittoria, di qualsiasi vittoria si parli:”Conoscendo se stessi e gli altri, in cento battaglie non si correranno rischi; conoscendo se stessi ma non gli altri, una volta si vincerà e una volta si perderà; non conoscendo né gli altri né se stessi, si sarà inevitabilmente in pericolo ad ogni scontro“(Sun Tzu, L’arte della guerra, Newton Compton Editori).
Ammesso che è impossibile conoscere se stessi quando ci imbarchiamo in situazioni sempre nuove perché spinti naturalmente a questo approccio alla vita, non possiamo che imparare a conoscere il prossimo al meglio, nel cammino che ci permetta di conoscere noi stessi veramente a fondo, per evitare quanti più rischi possibili.

 

Come viene definito, questo modello di oltreuomo che riesce a scrutare nel passato e nel futuro degli individui in maniera istantanea: Joker(3) li ha definiti “Maghi”, ha definito se stesso “Mago”. E così ci appelleremo a loro da ora in avanti. Ha parlato anche di Sincronicità e di Linguaggio del Corpo, il Joker. Torneremo su questo.

 

(1)Forgiato dal fuoco di mille battaglie, il Giovane in preda a tumulti emotivi e una grossa razionalità si ritrova dispero tra i due fuochi dell’iper emotività inespressa e la razionalità del futuro genio che non ha ancora una vocazione reale: affronta questa sofferenza giocando a bocce con le bombe a mano lasciategli in eredità dal trisnonno Gioffrido, che pianificava di iniziare una guerra civile contro gli abitanti del piemonte per via del fastidioso accento. Comprò 210 mila granate per poi innamorarsi di una ragazza di Cuneo chiamata Nasten’ka(tipico nome del luogo) e rinunciare alle guerra. In vecchiaia si pentì e lasciò in eredità il suo armamentario al suo trisnipote preferito nella speranza che perpetuasse il suo sogno. In tutta risposta lui le usa per far esplodere delle galline, infilandogliele per via rettale.

(2)In questo blog, da qui all’eternità, ci si riferirà a qualsiasi tempo passato come “ieri”, e a qualsiasi tempo futuro come “domani.
(3)Discendente diretto di Mago Merlino e Maga Magò, adora dar fuoco ai villaggi, ucciderne gli abitanti maschi, stuprare le abitanti femmine e ingravidare le loro galline. Dicono che gran parte dei suoi discendenti sia stato fatto esplodere per mezzo di “granate rettali”. Il mandante ti tali efferati omicidi è un mistero.

 

Pf.

 

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