Il treno.

Duplo osservava il treno avvicinarsi e rifletteva sull’effettiva utilità del regalo di sua zia Petunia, un upgrade al suo abbonamento mensile del treno per il mese di Marzo: da quel giorno per tutto il mese sarebbe tornato a casa dall’università in prima classe.
Era un regalo provocatorio della zia borghesotta altolocata nei confronti del figlio della sorella divorziata con uno stipendio sufficiente appena alla sussistenza del nucleo familiare, composto dalla madre, il figlio Duplo e il cane Scott.
Duplo non aveva interesse a viaggiare in prima classe, gli piaceva fare tutto il viaggio nello spazio tra due carrozze, senza nemmeno provare a sedersi fra la calca di studenti rumorosi che prendevano lo stesso treno e stazionando fra immigrati e stranieri con cui, di volta in volta, provare a socializzare.
Quel giorno però Duplo sarebbe salito dalla parte dei “vincitori” nel gioco della vita, o almeno così credeva. Aspettare insieme a loro, nella zona dove i vagoni di prima classe si sarebbero fermati, lo metteva in soggezione, vedeva il mondo dei “vincenti” spaccato completamente a metà. Alcuni di loro avevano apparentemente davvero vinto sulla vita, altri erano solo stati vinti da un sistema economico sociale che li aveva schiacciati totalmente per un posto su un treno di prima classe.

Era una cosa che si notava subito e caratterizzata da degli elementi principali: quelli vestiti più ordinatamente sbuffavano di continuo, come se il treno fosse in ritardo e li seccasse aspettare, gli altri invece erano vestiti meno elegantemente ma con più gusto, e sorridevano vedendo il treno arrivare.
Duplo pensò che l’approccio alla vita che una persona ha si nota principalmente da queste cose. “Che senso ha sbuffare per una cosa che non solo non puoi cambiare, ma che è anche giusta?”
Forse questi volevano che il treno partisse prima solo per loro? Non credeva che tutti avessero un impegno importante, solo li seccava star fermi senza far niente: come se fossero convinti che per “far qualcosa” ci fosse bisogno che quel qualcosa fosse concreto e visibile. Quello che stava facendo Duplo, pensare e osservare, era una cosa di cui loro non avevano bisogno e voglia, perché non poteva portare profitto.

Questo fu un istante, poi il treno si fermo, e le porte della prima classe si aprirono.

Nessuna ressa per entrare, tutti si sorridevano e si lasciavano passare l’un l’altro, tranne un anziano brizzolato che sgomitava per entrare per primo, nessuno fece storie e lo guardarono tutti con fare altezzoso.
Il vagone era miracolosamente mezzo vuoto. Duplo si sedette nel primo posto utile e guardò tutti gli altri passeggeri disporsi a scacchiera il più possibile distanti gli uni dagli altri. Un altro flusso di pensieri lo colpì, ancora meno benevole del primo. “Cosa c’è di male nella vicinanza fisica?”, pensava.
Anche qui, come in seconda classe, l’umanità posta in un contesto pubblico e di possibile condivisione, si chiudeva nel suo mondo rifugiandosi in libri e musica esclusivizzata dall’uso di auricolari. Duplo si trovò di nuovo a non capire l’essere umano e aspettò che qualcuno si sedesse vicino a lui per dimostrarsi diverso da questo meccanismo così nichilistico nel confronti della socialità. Due fermate dopo, coi capelli tinti di color acqua marina e gli occhi verdi, si sedette di fronte a lui –disinteressata e distratta dalle cuffie anni 90 da cui usciva un frastuono molto Rock in direzione dei suoi timpani- Aimee, che per qualche giorno sarebbe stata nulla più della ragazza del treno.

-Scusa- disse Duplo, la ragazza non sentì.
-Scusa, fece lui ancora più forte e con abbinato un cenno della mano.
Lei lo guardò perplessa, lui le fece cenno di levarsi le cuffie, lei lo guardò stupita e allontanò la cuffia destra con la mano sinistra, visto che l’altra era occupata dal cellulare a cui erano attaccate le cuffie.

-Sì?

 

Una voce nuova, che rapporto c’era tra Duplo e le novità? Entusiasmo e insicurezza. Sempre, qualsiasi fosse la novità. I pensieri bipolari contemporanei continuavano a ripetere le domande “e se poi la mia vita sarà migliore?” “e se poi la mia vita sarà peggiore?”.
Talvolta non pensiamo a quanto anche solo spostando di un millimetro la nostra traiettoria dell’esistenza conoscendo una persona nuova possa influire sul nostro futuro, ma Duplo era ben cosciente di ciò e lo era perché se non avesse conosciuto l’amante di suo padre casualmente probabilmente i due non sarebbero mai stati scoperti, e loro sarebbero ancora una famiglia.
Non aveva particolari malinconie a riguardo, era una novità l’avere dei genitori separati e in quanto tale aveva portato anche benefici, ma semplicemente gli aveva fatto rendere conto di che peso potesse avere ogni parola scambiata con un conoscente o un estraneo. O un’estranea dai capelli blu.

La voce era grave, ma ben impostata, almeno così sembrava a Duplo dopo aver udito quell’unica sillaba.

-Come mai viaggi in prima classe?
fu la prima domanda che venne in mente al ragazzo.

-Perché ho il biglietto.
rispose lei, e poi riappoggiò la cuffia all’orecchio sorridendo.

Sarcasmo…”, pensò, “…ecco un’altra delle cose che non capisco”.

Continuò a fissare Aimee e i suoi buffi capelli, lei continuava a fissare lui prima con aria interrogativa, poi, man mano, con aria più tranquilla.
Finita la canzone con una lunga nota vocale del cantante tenuta per una decina di secondi (tanto si capiva dal suono udibile da Duplo proveniente dalle cuffie) la ragazza si sfilò le cuffie e le adagiò sul collo.

I miei genitori, proseguì il discorso di qualche minuto prima, preferiscono che io viaggi in prima per una questione di sicurezza.

-Quindi la canzone aveva un’importanza?

La faccia tranquilla della ragazza si trasformò di nuovo in una faccia interrogativa. –Eh?

Duplo non capì cosa la ragazza non capiva di quella domanda tanto semplice, poi si rese conto che probabilmente aveva sragionato a riguardo e che la ragazza non poteva aver seguito il filo del discorso nella sua testa.

Intendo, mi hai risposto male prima perché eri nel mezzo di una canzone a cui tenevi molto, che non volevi interrompere, e per questo hai continuato a guardarmi, per capire se fossi intenzionato a parlare o a disturbarti o a provarci con te o chissà cosa. Eri chiusa nel tuo mondo musicale solo perché ti sembrava che fuori non ci fosse niente per cui valeva la pena interromperlo, poi ti sei resa conto che non era così ma comunque hai dovuto aspettare la fine della canzone perché è una canzone a cui sei legata. E’ così?

Aimee cambiò completamente posizione dopo quel discorso contorto, accavallò le gambe e mise entrambe le mani sopra il ginocchio superiore, sporgendosi leggermente verso il ragazzo.

Poi iniziò il discorso due volte, prima di iniziare a parlare.
Prima in maniera confusa,
-Sì, cioè, più o meno, diciamo che…
Poi sembrò inorridita essa stessa da quell’inizio confuso e
-E’ carino che tu…
Poi scosse la testa e disse
-Era la nostra canzone.

Duplo, invece, sciolse la posizione tesa che aveva mentre faceva il discorso, appoggiò le braccia ai poggioli e le sorrise

-Ti manca?

Lei sorrise di ricambio, ma poi scoppiò a ridere.

-Scusami, sei troppo buffo!

-Non so se prenderlo come un complimento o un’offesa.
Disse lui, tornato rigido sul suo posto.

-Nessuna delle due, è una tua caratteristica.

Duplo sorrise impacciato e si sentì imbarazzato: non voleva essere buffo, non voleva sembrare buffo e non credeva potesse esserci nulla di buono nel sembrare buffo.

I due rimasero in silenzio per un po’, e il discorso non riprese.
Poi, dopo qualche minuto, Aimee si rimise le cuffie.
E silenzio interazionale fino a destinazione.

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