Ciao Nicola.

C’è qualcosa che condividi con i tuoi compagni di classe.
Siano stati tuoi compagni per un anno, per due, per una vita, c’è qualcosa che ti lega loro in maniera pressapoco eterna.
Niente di magico, di speciale, di unico, ma nessuno dimentica mai un proprio un compagno di classe, e nessuno dimentica qualche sensazione legata ad ognuno di loro.

E quando se ne va uno di loro, troppo presto e in maniera così stupida, senti un vuoto dentro. Piccolo, ma è un vuoto che si è creato e non ci puoi fare niente, se non continuare a guardare avanti dopo aver dedicato il giusto tributo a una persona che, comunque, nella tua vita, non ha portato mai niente di meno di qualche sorriso.

Non dico che io Nicola fossimo amici, però ci conoscevamo, e non credo ci fossero cattivi sentimenti tra di noi. Qualche volta avevamo parlato di musica, aveva un ottimo gusto. Avevamo parlato di ragazze. Mi ricordo quando ha visto Valentina per la prima volta, che mi ha chiesto se fosse la mia ragazza.
Alla mia risposta affermativa rispose con un laconico “Dio Can” di apprezzamento. E poi aveva bevuto un sorso di birra.

A Nicola piaceva vivere e avrebbe voluto di più dalla sua vita, era molto rispettato in realtà, ma non alla maniera dei bulli, alla maniera degli uomini di paese che “sto zitto, faccio, mi diverto, e non manco di rispetto a nessuno”.

Però era una bella persona.
Sì, lo so, è comodo dirlo adesso, ma posso assicurarvi che non lo dico per moda o con l’ipocrisia del giorno dopo, a me Nicola non aveva mai fatto niente di male e anzi un paio di volte mi aveva stupito in positivo.

Mi ricordo che una volta stavo prendendo in giro un compagno di classe perché non provava nemmeno a muoversi durante le partite di pallavolo.
Già, immaginatevi la scena, io alle medie, palla di lardo con i capelli incrostati di pezzi di muro, che mi permettevo di prendere in giro qualcuno, mi verrebbe da prendermi a schiaffi da solo, comunque dissi qualcosa tipo sfottò, non ricordo. Nicola mi prese da parte e disse “guarda che c’è chi non è capace di giocare a pallavolo in mezzo agli altri, l’anno scorso ero in classe con x, e pure lei non si muoveva, e non conta niente rompergli le scatole, è un problema anche per loro, lasciarli in pace”. Ovviamente Nicola lo disse in dialetto e condito con qualche bestemmia, ma il messaggio mi stupì. Individuò quella che per lui era un’ingiustizia e la fermò, con le parole, semplicemente, malgrado sarebbe bastato un suo sguardo o una mano aperta rivolta in mia direzione per farmi star zitto per i seguenti due anni.

Mi mancherà incontrare Nicola in bar, e rimpiangerò sempre di non avergli mai offerto fa bere. Penso solo ora a quanto lo avrebbe apprezzato, e quanto spesso ci ritrovare a non fare una cosa così semplice stupida, e poi il rimorso rimane lì, nello spazio vuoto lasciato da qualcuno che per due anni aveva fatto parte della tua quotidianità e che ora se ne è andato per sempre.

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