Racconto breve: Più cambi, meno senti.

Di cosa c’è bisogno per sentire la mancanza di qualcuno?
Le conseguenze le conosciamo tutti. Quel nodo fra la gola e lo stomaco, quei pensieri ricorrenti che vanno a lei, quei dubbi, quelle perplessità, quel “perché non siamo insieme adesso?”.
Ma di cosa c’è bisogno perché questo accada, quando si smette di conoscere qualcuno e si comincia a sentirne la mancanza?
Ѐ il primo bacio, il primo abbraccio, il primo “ti voglio bene”? A ogni verginità fisica o emotiva persa, forse si inizia un po’ a ricordare e si smette un po’ di vivere.
Forse è più uno scambio di sguardi, uno scambio di affetto silenzioso che avviene in un determinato momento che può essere prima o dopo un primo bacio, un primo abbraccio, eccetera. Ogni volta che si genera qualcosa di irripetibile, noi cambiamo, e non possiamo che sentire la mancanza di quello che è preceduto perché impossibile da rivivere.

Sento l’assenza di Caroline da troppo tempo e non so se sia da uno sguardo, da un abbraccio o da cosa.
Un’assenza che non viene mai colmata, tanto meno da queste persone che mi illudo me la possano far dimenticare, girandomi di lato nel letto vedo Veronica, povera Veronica, che sfortuna incontrarmi, che sfortuna innamorarsi di me.
Dorme ancora, le accarezzo i capelli, magari per l’ultima volta, quando si sveglierà dovrò dirle che ieri notte è stata tutta una bugia, che me ne rendo conto ora, e poi dovrò dirle –scusa, mi dispiace-. Anche se non è vero. Perché da quando conosco Coraline, dò la colpa agli altri per essere così insignificanti, inutili, vuoti, li odio perché non riescono ad avere i suoi occhi, i suoi silenzi, i suoi odori. Mi dispiace, Veronica, perché mentirò anche quando ti sveglierai, ti dirò che mi dispiace e non sarà vero.

Mi alzo dal mio letto, delicatamente, e mi dirigo verso la cucina per prepararmi un caffè, sembra che fuori piova malgrado il cielo sia sereno, un fenomeno strano che accade di tanto in tanto. Guardo il cielo, da dove scende questa pioggia? Saranno le lacrime che non piango più che trovano un’altra via per sfogarsi. Mi esce così, questo pensiero, che mi viene da ridere per quanto pateticamente cheesy sto diventando. Ma infondo a vivere di ricordi e malinconia altro non si può fare.

Apro lo scaffale “caffè”, come recita il post it attaccato.
Una denominazione sommaria, dentro ci sono tè, tisane, caffè di tre tipi, cioccolate e infusi. Metto l’arabica, che è dolce, così non devo zuccherarlo, guardo le tre moka, prendo quella da porzione singola inconsciamente, a dimostrare che nella mia testa Veronica è già passato.

Il caffè sale, la moka fa quel rumore che sembra un piccione con voce profonda, il caffè è pronto, Veronica entra in cucina, con aria felice e saltellando.
Però, quanta voglia di vivere questa mattina” penso “sembra quasi innamorata”.
-Beh! Per me niente caffè?- dice lei, e poi ride, -ahahahah

-Se ti va te lo prepari poi- dico io, serio.
-Ho delle cose da fare, quando te ne vai chiudi il cancello.

Lei sta in silenzio per qualche secondo, poi si sforza di nascondere qualcosa nei suoi occhi e nel suo sguardo e dice –ok
Lei prende le sue cose e esce, senza nemmeno aspettare il caffè. Io aspetto dieci minuti, esco a mia volta, passo dal fioraio, prendo tre rose bianche.
Scusami”, dico io a Veronica, mentendo anche nei pensieri.

La strada è sempre carina da fare a piedi, passo per il mio bar preferito, prendo una brioche al cioccolato, il barista mi sorride triste –Anche oggi, eh?- Fa lui, indicando le rose, io lo guardo, accenno un sorriso e butto lì un –per sempre.
Lui prende due bicchierini, li mette sul bancone, li colma fino all’orlo di Vodka e fa –Offre la casa.
Leva il bicchiere alla sua destra al cielo, io faccio lo stesso con quello alla sinistra.

-A Coraline!- fa lui.
Amen, gli faccio eco io. E poi giù.
Caffè-Vodka liscia-Brioche al cioccolato. Colazione standard.

Esco, lo saluto, e mi incammino di nuovo verso il cimitero, dando una distratta occhiata alle vetrine delle librerie e dei negozi di dischi. Niente di interessante, niente è interessante.
Niente fino ai cancelli del cimitero, sorrido, faccio venti passi diritto, dieci verso destra e poi dieci verso sinistra, di nuovo diritto. Volto la testa a sinistra ed eccola lì, sorridente come sempre in quella foto “Grazie di tutto”, recita la lapide. Lei era così. Ringraziava anche quando avrebbe dovuto essere ringraziata.

Mi bacio l’indice e il medio della mano sinistra, e lo appoggio sulla sua fronte, sopra i metri di terra, appoggio le rose sul suo petto con la destra, sopra ai metri di terra, le sorrido, con la barriera dei metri di terra, la saluto, me ne vado, per altre 24 ore. Altre 24 ore lontano da te, un’altra giornata di sofferenza.

Non lo so quando ho iniziato a sentire la tua mancanza, è stato sicuramente molto prima che tu morissi. Ma sentire la mancanza di qualcuno che hai tra le braccia è un sentimento che si sposa bene con tanti altri, come il dubbio, la speranza, la voglia di crescere, il piacere di ricordare insieme ogni piccolo passo.
La morte è un’altra cosa, la morte: adesso ci sono solo io.
E se tu fossi qui sarebbe più la speranza per quello che sarà che non la malinconia per quello che è stato, e sarebbe la prima volta dopo tutto questo tempo.

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