Jeffiner.

5. Un po’ di citazioni
“I nostri complessi non sono soltanto delle dolorose ferite e delle bocche che parlano dei nostri miti, ma anche degli occhi che vedono ciò che le parti del corpo normali e sane non possono percepire…
Noi cadiamo a pezzi ed è un processo immaginario, come il crollo delle città e la caduta degli eroi nei racconti mitici, come lo smembramento dell’abbandono dionisiaco che libera dalle costrizioni troppo rigide, come la dissoluzione e la scomposizione dell’alchimia…
Le afflizioni mirano agli Dèi, gli Dèi ci raggiungono tramite le afflizioni” James Hillman
“Spesso simili esperienze[“perversioni”] sono così lontane che dal nostro lato cosciente finiamo col chiederci: questo sono io? Gli uomini non osano immaginare o personificare la loro sorgente, perché quando invitiamo il vuoto insondabile a prendere forma, invochiamo uno spirito il cui potere è antico. […] Carlos Castaneda lo evoca nella forma più sinistra in Tales of Power; lo imbeve di mitologia azteca chiamandolo il Nagual, lo sconoscuito. É lui che soffia il vento del cambiamento inaspettato, gravido di terrore, sull’isola tranquilla del Tonal, l’io.”
“Se la morte si fa beffe della vita, la vita fa altrettanto nei confronti della morte, ridendo e scherzando davanti allo spettacolo terribile dello smembramento fisico, dell’ingiustizia universale, della bruttezza umana e della mostruosità” Stephen Larsen, “L’immaginazione mitica”.

“Ade e Dioniso sono la stessa cosa” Eraclito, fr. 15

6.Un sogno che ho fatto:
Sono a Londra, in un appartamento di condominio, non al piano terra.

Sono con J. e delle persone che non sono i genitori di J, ma nel sogno lo sono.
Sono seduto a terra, su un tappeto, come un cane. J è seduta sul divano, nello stesso divano del padre, il divano è bianco. La madre è in cucina. L’ambiente è un locale unico con cucina e soggiorno, c’è un bagno nell’angolo più distante, alla mia destra. In quello più vicino una porta d’uscita. Dall’altra parte della stanza, delle finestre che danno sulla strada.
La madre e il padre di J. Due persone belle, smilze, attraenti, parlando della similitudine di quella situazione con quella della prima volta che lui ha incontrato i genitori di lei, lei gli fa notare che invece la situazione è diversa, non fa in tempo a spiegare e mi sveglio.

7.Chi è J.?
Ci sono storie che vale la pena accennare, perché capita di avere occasione di passare un’estate con la persona che si amava da bambini.

Nell’agosto del 2001, azzarderei, i miei genitori mi accompagnarono a trovare Staryu, che è un’amica di infanzia con cui ne ho passate un po’ di ogni, e Staryu era a giocare nei tappeti elastici davanti al bar di proprietà dei suoi genitori.
Io ero con un amico, Stephen Stills.
Quel giorno raggiungiamo stella rotolando, e fingendo di sparare. 10 anni, avevamo 10 anni.
Urliamo anche qualcosa, mi intrometto in maniera molto sgradevole nella vita di J.
Entrati nella rete che circondava i tappeti elastici, posso immaginare un “Ciao Offep!”, detto da Staryu, e poi posso immaginare che ci abbia presentato J e Yelllow, “sono cugine!” dice.

Yellow è espansiva, carina e simpatica. J non parla molto. Anzi, J non parla.
Sorride probabilmente, di tanto in tanto, ma non posso esserne troppo sicuro, è buio. È sera.

J è estremamente timida, oltre ad essere estremamente bella ai miei occhi. Non sono sicuro di accorgermene già quella sera. Sono abbastanza sicuro di ricordare la sua sagoma però, 12 anni dopo.
Devo aspettare uno o forse un paio d’anni perché J si rivolga spontaneamente a me con una frase che non sia una risposta diretta a una domanda.
Eravamo in sala giochi, ero già innamoratissimo, innamorato nella maniera in cui amano i 13 enni, innamorato in maniera molto più vera di tutto ciò che per forza di cose segue.

Semplificando: perdo a un gioco, perdo a un gioco perdendo al suo livello preferito, che chiaramente avevo fatto per mostrare che mi piaceva il livello che piaceva anche a lei.
Lei mi guarda, non mi consola, dice l’unica cosa utile quando il concetto di utile nella mia vita era ancora così distante. Mi dice “Se ti impegnavi un po’ di più potevi farcela”.
Credo di averle risposto grazie, o di non averle risposto.

Una frase strana, forse detta con superficialità con cui si parla al ragazzino brutto e per forza di cose un po’ pesante, come immagino di essere stato all’epoca con lei, ma che ha avuto un peso specifico rilevante nella mia crescita futura: non era un “mi dispiace che tu abbia perso”, non era nemmeno un “la prossima volta riproviamo insieme”, era qualcosa di diverso, un invito al miglioramento: una cosa che le persone fanno pochissimo, pochissimo, figurarsi le persone timidissime.
Ci vedevamo esclusivamente d’estate, lei abitava distantissimo, e potrei dire che passavo i miei inverni ad aspettare i suoi messaggi e sono abbastanza sicuro direi una verità in buona parte. Non è comunque completamente vero. Le pensavo spesso, già a quelle età, ma c’erano partite da giocare, litigi da fare, compiti scolastici da non fare, il periodo della prima adolescenza è stato così emotivamente intenso e burrascoso che probabilmente mi sarei dimenticato di lei, se non l’avessi rivista ogni estate.

Il suo primo ragazzo, o per lo meno il primo che ho conosciuto, lo chiamo Goku, è più grande di noi, azzarderei che è il primo culo nudo che vedo in vita mia, siamo in spiaggia, di sera, lui si abbassa i pantaloni e ce lo mostra. Il fantastico senso dell’umorismo dei 16enni. Io non capisco, rido.
Anche J ride. Se avessi avuto l’intelligenza necessaria per formulare questo pensiero, avrei pensato “perché tanta grazie ride per tanta volgarità?”
Una sera io e J stiamo parlando, mi dice che non voleva che Goku la venisse a trovare, perché hanno due età diverse, perché non si può uscire insieme se una ha 13 anni l’altro 16 anni. Le età potrebbero essere sbagliate, il concetto è questo: sono troppo distanti, uscire con lui la annoia.
Si rimangia tutto, un paio di giorni dopo, ancora una volta, rimango stupito. Dopo essersi avvicinata alla volgarità, si avvicina anche all’incoerenza.

Senza freintendimenti, l’incoerenza è il motore unico della crescita, in qualche modo, ma è così un concetto così poco angelico, che mi sembrava difficilmente applicabile a J.

Sempre in quel periodo, prendo ad accompagnarla a casa quando le nostre serate si esauriscono, sono gli unici momenti che riesco a passare con lei. Sono abbastanza convinto avessimo più cose di cui parlare allora di quanto non ne abbiamo adesso, per quanto spesso ci fosse silenzio, in quelle brevissime passeggiate di pochi minuti.
Un giorno parliamo di essere sbadati, e di sigarette, lei non fuma, Goku sì.

Non ricordo per quale strano motivo preciso dico una battuta, stupida, sul fumare la sigaretta dalla parte sbagliata, lei ride.
Che io ricordi è la prima volta che ride a una mia battuta.
Potrei anche giurare che di tutte le cose, la sua risata è quella che è cambiata meno.
Un giorno, Goku si presenta con un succhiotto sul collo, il succhiotto non è di J, J lo accusa, lui dice che è una puntura di zanzara. J sa che gli sta mentendo, mentre discutono nella discoteca più triste di tutto il triveneto, eppure pochi minuti dopo si stanno scambiando anticorpi e batteri in buona quantità per via orale.

Questa invece è la prima volta che vedo J limonare con qualcuno, non il miglior spettacolo a cui potessi aspirare all’epoca.
Per descrivere gli anni successivi dovrei scendere in dettagli della sua vita sentimentale che un buon amico dovrebbe sapere e non rivelare. Per non parlare della quantità imbarazzante di verità trasversali di cui sono a conoscenza che non è veramente il caso di menzionare, sta di fatto che il mio io sfigatello estraniato dalla mentalità acerba e tendenzialmente illiberal-fascista, non è di certo pronto a rimanere innamorato di una ragazzina alla scoperta della sua sessulità e di tutte le altri morti dionisiache, per così chiamarle.

Infatti pare che a un certo punto della storia, io e Jessica diventiamo amici.
Non nel senso di conoscenti che talvolta escono insieme. Nel senso di passeggiate di ore e ore in cui lei mi parla di cose, io le parlo di cose, e camminiamo. Qualche volta comincia a dormire a casa mia. E’ tutto molto strano nella mia testa, intanto perché in qualche modo predetto da un sogno, poi perché mi scrive sempre nei momenti in cui sarei meno propenso a rispondere, quando sto per addormentarmi.

Ogni volta rispondo tranquillamente, sì, stavo per dormire, ma non importa, vediamoci.

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